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I. LA GLOBALIZZAZIONE

I.1.          Gli scenari in atto

L’ultimo decennio ha visto profonde trasformazioni sociali ed economiche a livello globale. Le analisi svolte dall’UGL fin dal Congresso del 1996 a proposito delle sfide che i processi di globalizzazione cominciavano a porre alla società civile e in particolare al mondo del lavoro hanno trovato puntuale conferma e restano in gran parte di attualità. E’ peraltro evidente la necessità di arricchire le valutazioni con gli elementi che in questi anni hanno ulteriormente caratterizzato il fenomeno. Questo Congresso deve essere l’occasione per proporre al mondo del lavoro le nostre risposte di oggi ed individuare le linee guida da seguire nel futuro. In coerenza con i nostri principi basati sui valori della centralità del lavoro, della partecipazione, della coesione sociale e della solidarietà.

I lineamenti della globalizzazione e l’impatto che questa grande rivoluzione ambivalente sta comportando sono ben noti. La civiltà della conoscenza e del sapere, la circolazione senza precedenti delle informazioni e degli scambi culturali tra tutti i popoli della Terra, la promozione di società ed economie aperte allo sviluppo, la dinamicità dell’economia, la tecnologia al servizio dell’uomo : questi ed altri aspetti sono i connotati positivi del fenomeno che ne indicano la grande potenzialità e la forza di affermazione. A ciò fanno riscontro lati negativi e preoccupanti, quali insicurezza socioeconomica generalizzata, precarizzazione del lavoro, instabilità dell’economia, aumento delle disuguaglianze sociali, perdita di sovranità degli Stati nazionali.

Meritano particolare attenzione, anche perché riguardano da vicino il mondo del lavoro, alcune caratteristiche dell’economia globalizzata. Anzitutto la flessibilità del lavoro, con la diffusione di rapporti atipici e precari, che generano insicurezza sociale e instabilità nell’occupazione. Poi la deregolazione generalizzata, intesa come eliminazione di ogni regola che possa limitare il libero funzionamento dell’impresa e dell’attività finanziaria. Inoltre il calo di sovranità degli Stati nazionali : i mercati finanziari hanno sottratto molte delle loro prerogative sovrane tanto che condizionano la politica economica dello Stato e non viceversa. Infine la finanziarizzazione dell’economia che vede il predominio delle transazioni di carattere puramente finanziario sugli scambi commerciali di economia reali.

In conclusione alle luci si contrappongono molte ombre costituite dal predominio del determinismo economico e della speculazione finanziaria che agiscono, in nome di un preteso spontaneismo di mercato, al di fuori di ogni regola.

 

I.2.          Le risposte possibili

L’Unione Generale del Lavoro è convinta della necessità che tale predominio venga ridimensionato, che la politica torni al servizio della società civile e l’economia ridiventi uno strumento della politica e che si pongano regole condivise ai processi di globalizzazione. Obiettivo non facile da raggiungere ma possibile. La globalizzazione, pur agevolata dalle nuove tecnologie soprattutto quella informatica, non è sorta per caso ma è frutto anzitutto di scelte politiche degli Stati di deregolamentare e di liberalizzare le economie nazionali, in altri termini di spogliarsi progressivamente di ogni potere di controllo sulle forze economiche. Ma oggi alcuni aspetti della globalizzazione, come la precarizzazione del lavoro, l’aumento delle disuguaglianze economiche all’interno di una nazione e tra le diverse nazioni, il rischio di disgregazione sociale preoccupano quegli stessi Stati e le loro società civili non solo per ragioni politiche e morali ma anche con riferimento alla tenuta del sistema e allo sviluppo economico.

Pertanto la prima risposta che si pone evidente è quella della riaffermazione del ruolo attivo dello Stato nei processi economici, ruolo indispensabile per stabilire la priorità degli interessi collettivi rispetto a quelli individuali o di gruppo. La politica economica deve riacquistare il suo ruolo fondamentale che è quello di favorire una crescita equilibrata che crei sviluppo ed occupazione, di promuovere una equa redistribuzione del reddito tra i cittadini attraverso gli strumenti macroeconomici a disposizione come la politica fiscale e la politica dei redditi. Il vuoto politico della globalizzazione deve in sostanza essere colmato dallo Stato nell’esercizio della sua sovranità e attraverso la cooperazione internazionale.

Altro fattore essenziale di riequilibrio è senza dubbio dato dal principio di partecipazione. Una cultura della partecipazione intesa come coinvolgimento di ognuno nelle decisioni. Una partecipazione che può rappresentare un importante strumento di democrazia economica e sociale utile ad arginare le spinte verso l’individualismo asociale e l’egoismo competitivo. Inoltre la partecipazione dei lavoratori all’impresa è la migliore risposta per contrastare l’idea base del neoliberismo per cui il lavoro dell’uomo è una merce alla pari degli altri fattori della produzione. Del resto è evidente che la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa rappresenta un importante fattore di efficienza e di competitività in un sistema produttivo sano, finalizzato alla produzione di beni e di servizi e non prevalentemente alla rendita finanziaria.

Il mercato finanziario globale esprime un potere di enorme portata che trascende i confini nazionali e detta le sue decisioni alle economie e di riflesso alle società civili dei singoli Stati, coadiuvato da FMI, WTO e Banca Mondiale. Non si può continuare ad accettare passivamente che il “giudizio” dei mercati finanziari, che attualmente operano senza regole se non le loro proprie, determini le politiche economiche degli Stati e condizioni i livelli di vita e di lavoro delle nazioni. La necessità di regole riferite al movimento internazionale dei capitali viene sostenuta ormai negli stessi ambienti finanziari e la stessa ONU ha costituito una apposita Commissione per la global governance. Il problema è insomma largamente condiviso e va portata avanti la ricerca di soluzioni adatte a risolverlo.

Tra le proposte tendenti a disciplinare la vorticosa mobilità dei mercati finanziari, con conseguenti problemi riflessi di instabilità per le economie, merita attenzione la cosiddetta “Tobin tax” che prevede la introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali allo scopo di rendere più governabili i flussi. Nel quadro di regole, necessariamente sopranazionali, dovrà avere spazio una disciplina specifica delle società di rating, istituzioni private che operano incontrastate sui mercati con loro criteri e interessi sono in grado di influenzare con valutazioni assolutamente soggettive, tanto le scelte economiche dei governi quanto lo sviluppo delle imprese.

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