In questi ultimi anni il mondo ha vissuto veloci e profonde trasformazioni e molti economisti già parlano come del più importante cambio di struttura economica e sociale dai tempi della rivoluzione industriale. È in questa premessa che si sviluppa la nostra analisi, nella convinzione che per l’UGL, “agire” significa essere protagonisti nell’orientare i processi della storia, giocando la partita nel campo del mondo del lavoro, senza equivoci e incertezze.
In tal senso l’UGL ambisce non solo a rafforzare il suo ruolo di forza rappresentativa del mondo del lavoro, ma vuole essere luogo di elaborazione di un pensiero economico e sociale nuovo.
Un sindacato capace di farsi interprete dei cambiamenti, offrendo risposte concrete che cambino la direzione delle cose.
E’ una grande sfida che la politica ha smarrito, abdicando al suo ruolo e delegando a strutture sovranazionali il compito di tracciare perimetri di sovranità ai singoli Stati, dettare regole, imporre sanzioni, dare indirizzi di politica economica.
Quella a cui stiamo assistendo, dunque, è la sconfitta storica del pensiero “internazionalista”, del sottrarre identità in nome di un bene superiore, ma anche dell’iperliberismo e “del meno Stato e più mercato”, che ha generato mostri finanziari di dimensioni mondiali, talmente grandi e forti da inghiottire interi Stati.
La rottura della relazione tra capitale e lavoro è stata una conseguenza inevitabile. Come inevitabile è stato il progressivo distacco dell’economia dal territorio e dalla dimensione nazionale, che di quel legame ha sempre costituito l’aspetto politico.
Quanto sta accadendo nel mondo del lavoro è figlio di questa impostazione:
stiamo assistendo a un progressivo allentamento dei diritti dei lavoratori e a un impoverimento dei redditi da lavoro, in nome del paradigma di una competitività calibrata sui ritmi di crescita della Germania.
Poiché il nostro Paese, non dispone più di una valuta propria, non può fare quello che una volta si chiamava “svalutazione competitiva”. La ricetta uscita dai laboratori di Bruxelles è stata quella di svalutare il lavoro, con conseguente perdita di diritti e di potere economico.
Una scelta folle, non solo perché ha reso i lavoratori più deboli e le famiglie più povere, ma ha avuto come effetto macro-economico quello di ridurre i consumi interni e comprimere la domanda aggregata.
Ha reso più povere anche la stragrande maggioranza delle imprese perché la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie non può non avere effetti sulle vendite di beni e servizi sul mercato nazionale.
In questo contesto il segno positivo del Pil è un’illusione ottica, perché la grande massa di lavoratori (e le loro famiglie) è esclusa dalla crescita economica, che va, invece, a beneficio di una piccola parte della popolazione, che trasforma la ricchezza reale in ricchezza finanziaria, alimentando così una spirale perversa.
In questi anni, enormi quote di ricchezza sono passate dal ceto medio e medio basso a quello più benestante, col risultato che si sono accentuate le differenze tra i ceti sociali.
Se vogliamo veramente comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo e dare un contributo positivo alla crescita di una nuova cultura economica e politica, dobbiamo rimuovere le semplificazioni che mettono da un lato del tavolo i “populisti” e sul lato opposto gli “anti-populisti”.
C’è inoltre un incredibile paradosso: viviamo in un sistema politico e istituzionale dove la democrazia formale è rispettata, e sulla carta si è persino rafforzata, ma la democrazia sostanziale è sempre meno praticata.
E’ dal 2011, cioè da sette anni, che i governi non corrispondono a un voto popolare, con il susseguirsi di governi tecnici non eletti dal popolo, con il benestare dell’Europa.
In questi anni abbiamo avuto la legge Fornero, nuove tasse, l’aumento dell’IVA, le clausole di salvaguardia, il jobs act: solo per ricordare alcuni provvedimenti che bruciano sulla pelle dei lavoratori, delle famiglie e di tutto il Paese.
E’ un caso che tutto questo sia stato fatto da governi senza alcuna legittimità popolare o non è, invece, la naturale conseguenza della sospensione democratica che si è avuta in Italia?
Lo scenario che ho appena descritto ha subito un’accelerazione con la crisi, con le politiche economiche e del lavoro che hanno fatto fare al Paese un salto indietro di 25 anni. E’ questo l’impatto sulle famiglie, sulle piccole imprese e sui lavoratori.
A farne le spese, in particolare, le famiglie più numerose che hanno perso, rispetto al periodo pre-crisi, oltre 600 euro al mese in termini di capacita  di consumo.
Oggi le famiglie non dispongono più di una dotazione economica sufficiente a coprire i consumi di base, è peggiorata la condizione a causa degli interventi di riequilibrio della finanza pubblica, dovendosi oltretutto far carico direttamente della disoccupazione dei figli, della cura dei nipoti e dell’assistenza agli anziani.
L’altra faccia della crisi è quella dei lavoratori. Li chiamano “working poors”, poveri che lavorano.
Forse la più rilevante, dal punto di vista economico e sociale, nel momento in cui rappresentano una povertà che ha radici nel lavoro stesso che non è più in grado di garantire un reddito sufficiente per una vita senza stenti.
E’ la povertà dei “non-poveri”. Dipendenti con reddito fisso che hanno visto scemare il loro potere d’acquisto, anziani che percepiscono pensioni troppo basse, lavoratori precari o flessibili, donne separate con figli, famiglie numerose con più di tre figli, uomini separati che non hanno più casa, giovani con un titolo di studio medio o alto che non riescono a inserirsi in modo dignitoso nel mondo del lavoro, persone che all’improvviso perdono il lavoro di una vita.
Tutti condannati all’emarginazione sociale. Sono 18 milioni gli italiani per i quali una spesa imprevista superiore agli 800 euro non sarebbe sopportabile. Cifre impressionanti.
Non riesco a pensare all’Europa come a un atto di fede, a qualcosa che dovrebbe essere ma che non riesce a diventare.
L’Europa doveva essere un luogo di opportunità, è invece diventata una minaccia e un ostacolo alla crescita e sono più i problemi che ha sollevato di quanti ha risolto. Basti pensare alla direttiva Bolkestein.
Però non siamo neanche antieuropeisti per fede. Un’Europa diversa, dove si possa esercitare una sovranità nazionale piena. GLI STATI UNITI D’EUROPA, all’interno di un contesto dove le rispettive autonomie sono rispettate, potrebbe essere un buon luogo dove vivere.
Se l’Europa fosse quella che immaginiamo, però, non si laverebbe le mani dalle responsabilità dell’immigrazione, come anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ci ha spesso ricordato.
Non sarebbe l’Europa delle banche, dello spread o della finanza internazionale con sede alle Cayman. Sarebbe l’Europa dei popoli e delle nazioni, un’Europa che sostituisce ai parametri di Maastricht i parametri sulla sicurezza, sulla dignità dei lavoratori, sulla scuola. Nella nostra Europa sarebbero multati i Paesi che non rispettano i diritti dei lavoratori, non quelli che sforano il 3% per pagare le pensioni.
Persino il mondo del lavoro è figlio di questa impostazione. Stiamo assistendo a un progressivo allentamento dei diritti dei lavoratori e a un impoverimento dei redditi da lavoro, in nome del paradigma della competitività.
In realtà al nostro Paese servono investimenti.
Parto da un dato: tra il 2008 e il 2013, il Pil dell’Italia è diminuito dell’8,6% e quello della Germania cresciuto del 2,4%.
I problemi dell’Italia non sono transitori e collegati alla congiuntura recessiva. La realtà, purtroppo, è che i deficit strutturali stanno deteriorando le capacità e le potenzialità del Paese da decenni. Per avere un’idea del declino, basti pensare che il Pil italiano è aumentato del 55% negli anni Sessanta, del 45% negli anni Settanta, del 26% negli Ottanta, del 17% nei Novanta e del 2% nel decennio 2000-2010. La bassa crescita che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi tre decenni è il risultato di scelte non fatte e investimenti rinviati che hanno dato forma a un sistema industriale inadeguato a competere con le economie moderne.
La sfida della ripresa parte da qui. Anche perché la scarsa propensione delle imprese italiane a investire in innovazione riflette un “sistema paese” che penalizza la crescita nell’innovazione, disincentiva gli investimenti e alimenta la sfiducia.
Oggi, il problema principale di tutte le economie avanzate è rappresentato dalla debolezza della “domanda aggregata”, cioè la domanda di beni e servizi espressa da un sistema economico nel suo complesso. E tanto più c’è disuguaglianza tanto più la domanda aggregata è debole e la crescita economica disomogenea e lenta.
Cosa serve all’Italia? Occorre uno spostamento significativo verso un modello di crescita centrata sul lavoro e sull’incremento degli investimenti. Si deve avviare un percorso che deve portare a una riconsiderazione delle politiche per il lavoro, delle politiche industriali e di protezione sociale, accompagnate da efficienti politiche salariali.
Dobbiamo rialzare la testa, anche nei confronti dell’Europa, e riappropriarci del nostro destino.
Sono certo che sapremo uscire da questa situazione perchè gli italiani non sono rassegnati.
L’Italia – lo dico con orgoglio e commozione – è un Paese straordinario e abbiamo la forza, i talenti, le energie per guardare con ottimismo al futuro.
Da questa consapevolezza nasce lo slogan che abbiamo scelto per il nostro congresso, sintesi del programma della nuova UGL: ITALIA FORTE, LAVORO VERO.
Questo congresso – il nostro congresso – vuole essere anche un congresso “fondativo”. Fondativo di un nuovo rapporto con la politica, né subalterno, né neutro, ma parte attiva nei confronti delle forze politiche e dei partiti. Più di quanto sia stato in passato.
Oggi nasce la nuova UGL, un sindacato “attore” e “protagonista” del mondo del lavoro ma anche della Politica, perché pensiamo che la voce dei lavoratori debba essere anche la voce della politica, avendo i partiti dismesso ormai da tempo questo ruolo di rappresentanza.
Naturalmente parliamo della politica con la “P” maiuscola, di una politica, cioè, che si basa su nuclei forti del pensiero e dell’agire, dove il lavoro non è una variabile indefinita, ma il “centro del centro” degli indirizzi di politica economica.
La nostra idea di politica non scende a compromessi rispetto alla crescita dell’economia reale, alla sicurezza delle persone, alla tutela delle famiglie e al potenziamento delle politiche sociali.
Per essere chiari: non solo non arretriamo di un passo, ma spingeremo con forza affinché lavoro, sicurezza e welfare siano i paradigmi attraverso i quali misurare lo sviluppo reale dell’Italia e degli italiani. Poi, dopo, e assai lontano, c’è il Pil, il debito pubblico e tutte le altre cose che ci chiede l’Europa. Prima vengono le persone.
Così come non arretriamo di un passo di fronte all’idea di tutelare l’Italia e gli italiani. Poi, e sempre assai lontano, ci sono i mercati e la finanza.
Non diciamo cose nuove, sono nel nostro DNA. Ma le rivendichiamo all’interno di un rapporto con la politica che non vuole più essere solo negoziale, ma anche propositivo, diventando incubatori di una visione della società e dello sviluppo che faccia perno sul lavoro. E siamo convinti che il centrodestra se vuole vincere deve ripartire da qui.
DEVE RIPARTIRE DAL LAVORO.
Quello che proponiamo è un modello di sviluppo diverso. Bisogna tornare a ragionare sulla possibilità di attivare meccanismi di protezione per le nostre fasce produttive e sociali più deboli, sottraendole alla selvaggia concorrenza internazionale; avviare processi di reindustrializzazione; ridare al lavoro il valore (e la dignità) che gli sono propri, promuovere una nuova alleanza tra Capitale e Lavoro.
Sono questi i nuclei di un pensiero forte, né populista, né anti-popolo.
Sono tutti principi che il Sindacato, prima Cisnal e poi Ugl, ha più volte affermato nel corso della sua lunga Storia. Principi che in passato avevano scarsa possibilità di attuazione, ma che di fronte ai mutamenti che ci attendono, possono offrire linfa vitale all’elaborazione di nuovo modello di sviluppo: un capitalismo associativo e protettivo, e soprattutto socialmente responsabile.
Per questo occorre una nuova cultura economica e politica, che significa anche – e forse soprattutto – una nuova classe dirigente, competente e dotata di capacità di visione.
Nel fare questo rivendichiamo la nostra identità, che ci fa essere unici al mondo: non siamo un sindacato neutro ma apertamente e dichiaratamente di destra (o di centrodestra per usare un termine politicamente corretto), dialogante con tutte le forze politiche, significante ma non ideologico, orientato e orientante.
Nondimeno siamo – e saremo ancora di più – un sindacato aperto a tutti, con lo sguardo rivolto al futuro, orgoglioso e forte della propria storia e dei propri valori.
Voglio chiarire subito: l’UGL non è e non sarà mai il sindacato di un partito, né sarà mai un sindacato subalterno. Siamo un sindacato dei lavoratori e la rappresentanza politica la vogliamo esercitare direttamente, senza intermediazioni, con tutti coloro che condividono le nostre idee.
Ecco perché oggi sui principali quotidiani nazionali troverete una mia lettera aperta ai leader del centro-destra italiano. Un appello all’unità del centro-destra e alla responsabilità.
Questo non vuol dire che saremo un partito. Ma incalzeremo la politica e i partiti di fronte alle nostre proposte, assumendoci, in questo, un ruolo politico, anche accogliendo “criticamente” le proposte che arrivano dalle forze politiche che condividono con noi lo stesso campo, pur stando sull’altro versante, quello istituzionale.
Abbiamo 8 punti irrinunciabili:
1) Innanzitutto via il jobs act. Non c’è uno studio in tutto il mondo che dimostri che se si riducono le tutele cresce l’occupazione. L’occupazione cresce se i negozi sono pieni, se le persone hanno fiducia, se i lavoratori hanno redditi adeguati che permettono loro di acquistare ciò di cui hanno bisogno.
Così come abbiamo bisogno di politiche salariali che adeguino gli stipendi dei lavoratori. Naturalmente occorrono misure che tutelino la maternità e le famiglie italiane. Occorrono sgravi e aiuti a chi ha i figli, non pacche di riconoscenza sulle spalle.
2) Lotta durissima al lavoro nero e a chi sfrutta l’immigrazione clandestina.
Pagare 2 o 3 euro l’ora un lavoratore è una nuova forma di schiavismo. E apre un terreno competitivo che costringe gli italiani a condizioni di lavoro inaccettabili e indegni di un Paese civile.
3) Introduzione immediata di misure per favorire l’assunzione dei giovani.
Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile intollerabile con un’economia avanzata, i migliori talenti stanno andando all’estero e noi stiamo compromettendo irreparabilmente il futuro del nostro Paese.
4) Via immediatamente la legge Fornero, visto che non è una riforma, ma un incubo per milioni di lavoratori e famiglie. E per quanto riguarda le pensioni diciamo subito, che siamo molto favorevoli a tornare a parlare delle quote. E che sia quota 100, 101 o 99 non è un dettaglio trascurabile, in particolare per alcune categorie di lavoratori. Se è questa la direzione noi ci siamo. Ma anche in questo caso sia chiaro che tutelare i lavori usuranti e gravosi rimane una priorità.
5) Siamo favorevoli alla flat-tax ma a condizione che accorci realmente la distanza tra chi ha moltissimo e chi ha poco o nulla, semplificando il sistema fiscale e facendo emergere il cancro dell’evasione. L’aspetto che ci piace di più della proposta del centrodestra è l’estensione della no-tax area e la riduzione consistente delle tasse ai lavoratori di fascia media e bassa. E qui facciamo un patto, senza trucchi e senza inganni: se vince il centrodestra e si fa la riforma, i risparmi fiscali partono dal basso, non dall’alto.
6) Occorre individuare normative finalizzate a proteggere le imprese italiane dalla concorrenza straniera e i lavoratori dal pericolo della delocalizzazione dei loro stabilimenti. La protezione di lavoratori e PMI è lo strumento chiave per attivare politiche in grado di reindustrializzare il Paese e conferire nuova dignità al Lavoro.
7) Una nuova alleanza tra Capitale e Lavoro passa anche attraverso il riconoscimento della partecipazione agli utili di impresa da parte dei lavoratori, come contropartita del ruolo svolto dalla mano pubblica a protezione delle PMI italiane.
Si dia attuazione all’articolo 46 della Costituzione italiana!
L’attivazione di meccanismi di protezione dovrebbe riguardare anche l’elaborazione di un nuovo sistema di welfare, che differentemente dal passato non gravi sulle casse dello Stato, ma faccia perno sulla grande ricchezza italiana dell’associazionismo e più in generale del Terzo Settore. Il modello che dovrebbe seguire l’attuale fase di globalizzazione sarebbe rappresentato da un sistema capitalistico associativo e protettivo, socialmente responsabile.
8) La riedificazione dei confini della sovranità nazionale può ancora accordarsi con il processo di integrazione europea. Non per molto ovviamente. Ed a due condizioni: la prima che l’Unione riconosca il valore della sua dimensione mediterranea; la seconda che la politica monetaria cominci a rappresentare un sottoinsieme della politica economica.
Gli Stati europei devono giungere alla elaborazione di una politica economica comune, sulla cui base la BCE dovrebbe poi regolare la politica monetaria. Si tratta di un processo che può essere denominata di “acquisizione della cosovranità dell’Euro”. Dobbiamo rivendicare l’attuazione di strategie di sviluppo confacenti alle nostre esigenze strutturali, in base a quanto già previsto dal Trattato istitutivo della Cee:
– investimenti per le aree in ritardo di sviluppo;
– perseguimento della piena occupazione.
L’occupazione non cresce più, permangono situazioni di difficoltà e un’estesa platea di cittadini in stato di povertà assoluta o relativa, scarseggia la fiducia nel futuro. Insomma, facile dire che va tutto bene, ma questo ottimismo diffuso dal governo uscente non sembra trovare un concreto riscontro nella vita quotidiana delle persone, anche perché non bisogna dimenticare il vizio di fondo dei conteggi statistici, sapientemente sintetizzato nella celebre poesia del pollo di Trilussa: se il Pil cresce, seppure di poco, ciò non significa che la gran parte degli italiani riesca a beneficiare di questa debole ripresa, tutt’altro. La forbice sociale è in ampliamento e se pochi ricchi riescono a cogliere i timidi segnali di crescita, le fasce più deboli della popolazione, che ormai comprendono anche quello che un tempo era il «ceto medio», continuano invece a barcamenarsi in un’economia che arranca, che offre poco lavoro e di bassa qualità a giovani e meno giovani in cerca di occupazione, e che continua a chiedere grandi sforzi fiscali nonostante i mezzi siano sempre più scarsi. E i consumi languono.
Per mezzo secolo la crescita dell’Italia è stata il prodotto di processi di sviluppo che hanno visto protagonisti l’iniziativa imprenditoriale, la vitalità delle realtà territoriali, la coesione sociale, la forza economica delle famiglie, la diffusa patrimonializzazione, il radicamento sul territorio del sistema bancario, la copertura pubblica e privata dei bisogni sociali. La crisi e le politiche d’austerità hanno colpito al cuore tutto questo e i nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare.
Il dramma è che la classe politica non sembra essere realmente consapevole del baratro in cui il Paese è sprofondato.
Come l’orchestra sul Titanic, continua a ripetere concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva. Come se nulla, in questi anni, fosse accaduto. Ma tutto è già successo.
E il Paese ha urgente bisogno di un piano di rinascita nazionale senza il quale è impensabile uscire dalle acque basse in cui è incagliato.
L’Italia ha bisogno di ritrovarsi in un nuovo modello di sviluppo per ritrovare fiducia nel futuro.

Noi siamo pronti a giocare la partita.

Grazie.

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