“A differenza dei loro padri e dei loro nonni, ma non per loro colpa, i giovani italiani sono destinati ad un presente di imperitura precarietà sul lavoro e ad una vecchiaia di sicura povertà”.
È questo il commento del Segretario Generale dell’Ugl, Paolo Capone, in merito ai dati “tragici” contenuti nel rapporto Istat ‘I giovani nel mercato del lavoro’, riferito al 3° trimestre del 2016, sottolineando come “le rilevazioni sono lo specchio di un Paese incapace di investire sul presente guardando al futuro”.
“Come per la propaganda sui ‘fannulloni’ e sui ‘bamboccioni’, – sottolinea – gli unici veri responsabili di questa situazione oggi stanno tentando di alimentare un conflitto tra generazioni, mettendo gli uni contro gli altri giovani e vecchi, ben sapendo invece che è stata la lunga serie di riforme ispirate alle politiche europee e mirate sistematicamente allo smantellamento delle ‘infrastrutture’ economiche e normative a depredare i giovani della possibilità di essere accompagnati alla vita adulta. Volutamente e per ragioni ideologiche, nonché di miope contabilità pubblica, è stato ridimensionato tutto il sistema di protezione sociale, dalla Sanità alla Scuola, passando per i diritti del lavoro, ridimensionamento aggravato dal valore sempre più solo nominale dei titoli di studio”.
“Il lavoro che viene offerto loro – spiega – non genera e non valorizza  capacità specifiche, non è qualificante, perché li costringe a saltare da un’occupazione all’altra, da un fast food ad un call center, impedendo loro di raggiungere una vera maturazione professionale. Non è un caso se il 41% dei diplomati e il 31,4% dei laureati dichiarano che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un più basso livello di istruzione rispetto a quello posseduto”. “Si parla tanto di ripresa, oggi addirittura il Centro Studi Confindustria si spinge a prevedere un ‘autunno migliore delle attese’, ma si tratta di una crescita economica che si accompagna ad una crescita delle diseguaglianze. Il riscontro lo abbiamo nel numero di poveri che, a differenza di altri Paesi, in Italia è diventato una malattia cronica, perché chi diventa povero resta tale per tutta la vita. O la politica inizia ad invertire la rotta – conclude Capone – oppure il Paese molto presto si svuoterà delle sue migliori risorse”.

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