Toccare Quota 100 sarebbe un grave errore, perché è con questa misura che si è ridato flessibilità al sistema pensionistico, dopo che la riforma Monti-Fornero aveva prodotto il drammatico caso degli esodati e l’aumento esponenziale della disoccupazione giovanile e del fenomeno dei neet. Il principio del bilanciamento fra età anagrafica ed anzianità contributiva è equo, oltre ad essere sostenibile finanziariamente e non penalizzante per il lavoratore, il quale può liberamente scegliere di andare in pensione o, piuttosto, continuare a lavorare. Sulla flessibilità post Quota 100, si può pensare ad una Quota 100 libera, vale a dire il superamento del doppio paletto vigente al momento; al pensionamento con 41 anni di contributi; alla revisione, per rendere meno stringenti i criteri selettivi, dell’Ape sociale; alla valorizzazione ai fini pensionistici della maternità e del lavoro di cura non retribuito per le pensioni delle donne; all’estensione della platea dei lavori gravosi ed usuranti; al ruolo di accompagnamento dei fondi di solidarietà. Per quanto riguarda gli adeguamenti periodici alla aspettativa di vita, essi dovranno avere una cadenza pluriennale ampia.

 

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