“Bisogna passare in rassegna la normativa italiana in materia di privacy e sopprimere le norme che contrastano o si sovrappongono al regolamento”.
E’ quanto si legge nel testo presentato dall’Ugl nel corso dell’audizione sullo schema di decreto legislativo di armonizzazione delle normative italiane al nuovo regolamento europeo di tutela della Privacy, in cui si aggiunge che “bisognerà controllare anche il rispetto al Regolamento da parte degli altri Stati membri, per salvaguardare il ‘sistema europeo’ e per evitare la preferenza di investitori e soggetti imprenditoriali attirati da vincoli territoriali meno rigidi. Solo se si realizzerà un sistema di effettiva uniformità da parte di tutti gli Stati membri il Regolamento potrà offrire opportunità alle imprese nel mercato digitale e non solo”.
“Entrando negli aspetti che potremmo definire direttamente operativi del Regolamento – si legge nel testo -, un’attenzione di rilievo, anche per i correlati aspetti di natura contrattuale, lavorativa e professionale, si ritiene vada circoscritta alla nuova figura professionale del DPO (Data protection officer)”.
Da parte dell’Ugl anche un richiamo “alle preoccupazioni che investono i lavoratori subordinati, i quali sono preoccupati come dipendenti per le incombenze che potranno sopportare, peraltro in assenza di una specifica previsione sulla figura dell’incaricato, e per la possibile ingerenza nella sfera privata e lavorativa da parte del datore di lavoro, alla luce delle potenzialità offerte dalla tecnologia e nonostante il richiamo allo Statuto dei lavoratori, in particolare all’articolo 4, fortemente depotenziato dal decreto legislativo 151/2015, attuativo del cosiddetto Jobs act”.
In conclusione l’Ugl ha sottolineato anche la questione relativa al regime sanzionatorio, che prevede “massimi edittali da 10 a 20 milioni di euro”, rilevando la “preoccupazione da parte delle imprese di modeste dimensioni”, le quali “dovranno assumere altri costi e oneri per lo svolgimento dell’attività di impresa”.

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